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 su: Settembre 04, 2010, 08:27:35 am 
Iniziato da Leviel - Ultimo messaggio di Leviel
http://fratelliditalia.binario21.org/backstage_video.php

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 su: Agosto 31, 2010, 01:40:52 pm 
Iniziato da Leviel - Ultimo messaggio di Leviel
Tutti quanti conosciamo in parte, la conoscenza è un cammino a cui difficilmente arriviamo alla fine in questa vita.
Ho scritto la mia osservazione per incoraggiare a dare più fluidità ai ns interventi.

Grazie

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 su: Agosto 31, 2010, 12:44:04 pm 
Iniziato da Leviel - Ultimo messaggio di sandra
la prima parte è il mio commento personale; la seconda è tratta dalla spiegazione che ho trovato su internet nel sito
http://www.nereovilla.it/subventione_pauperum.htm


PS: certo, l'opinione personale nasce dalla conoscenza di qualcosa. Io sono andata a vedermi ciò che scrivevi tratto dal sito che hai enunciato e da altri e ho scelto quello che mi sembrava più confacente.
Comunque so di essere ignorante in ebraismo. 

 4 
 su: Agosto 31, 2010, 11:17:17 am 
Iniziato da Leviel - Ultimo messaggio di Leviel
Grazie Sandra.

Volevo dire a te e a tutti, quando l'intervento non è "farina del nostro sacco" cioè un pensiero espresso da noi su base della nostra conoscenza, ma contiene un copia/incolla meglio riportare un riassunto e specialmente dobbiamo riportare la fonte, o il link originale.
Così rimaniamo in ambito di forum, che sono scambi di opinioni personali.

Grazie

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 su: Agosto 31, 2010, 10:41:15 am 
Iniziato da Leviel - Ultimo messaggio di sandra
Opinione personale:
"Non c'è nulla di più grande della Carità, perchè la carità viene da Dio e quindi nulla è più grande di Dio.
La Tzedakà sarà quindi eguagliabile alla Solidarietà...."

tzedakà dal sito http://www.nereovilla.it/subventione_pauperum.htm
Per "tzedakà biblica" si intende la "giustizia retributiva", liquidabile attraverso la famosa "decima", , "mashàr", e attinente a ciò che Rudolf Steiner, fondatore della scienza dello spirito chiamò "denaro di donazione", in base al quale ogni comunità diventa "responsabile dei furti e degli omicidi commessi nel vicinato, per non essere stata capace di evitare la povertà attorno ad essa. Ogni membro di una comunità ha dunque l'obbligo di versare a questa un'imposta" che deve essere interamente restituita, appunto, non solo ai poveri, ma a tutti gli individui in quanto soci dell'organismo sociale.
La misura normale di questa solidarietà (il termine "tzedakà" è spesse volte tradotto anche con "solidarietà") è, dai tempi di Salomone (970 ca - 931 a. C.), calcolata in regione di un decimo annuo, appunto, di tutti i beni naturali o economici che l'uomo sa introdurre nel mercato: "per esempio, un contadino o un proprietario terriero deve versare un decimo del prodotto dei suoi campi, frutteti o vigne" .
Essendo dunque riconosciuta da quasi tre mila anni dall'uomo, la giustizia retributiva o "tsedakà" è pertanto percepibile come  necessità antropologica finalizzata alla vita conviviale.

La storia del popolo ebraico dimostra che quando gli uomini non rispettano la "tsedakà", la società si degrada. Quando, per es., nel 932 a. C., morendo Salomone la "tsedakà" in quel periodo non è più praticata, aumentano le disuguaglianze, le grandi proprietà rovinano i piccoli agricoltori, le grandi greggi sostituiscono le coltivazioni di prodotti alimentari, fortune sfacciate sono ostentate, mentre le fortune dei piccoli paesi sono al livello più basso, ed i tribunali diventano incapaci di imporre le loro decisioni: "il lusso del Tempio e del Palazzo, poco prima ammirato, è ora detestato. La legittimità del potere è rimessa in discussione dalle tribù. Il regno è sull'orlo dell'implosione. La storia che segue, segnerà profondamente il popolo ebraico. Essa lo porterà in pochi secoli a perdere la terra che gli fu affidata, e a farlo vivere in esilio" .

Per comprendere la "tsedakà" occorre prima liberare l'individualità dall'appartenenza gregaria al gruppo di esemplari della specie animale uomo. Occorre essere individui, cioè liberi dai legami della specie.

In tale evoluzione dell'uomo come individualità, la "tsedakà" ("solidarietà", "atto di rendere giustizia") pretende la fraternità universale. Infatti, "l'ebraismo sostiene che tutti i tipi di ricchezza sono interconnessi. E se la ricchezza non cerca di alleviare la povertà, allora, per definizione, impoverisce se stessa" .

 


 6 
 su: Agosto 31, 2010, 09:38:32 am 
Iniziato da Leviel - Ultimo messaggio di Leviel
All'inizio delle "Regole dei doni ai poveri", Maimonide scrive:

1. E' un precetto positivo dare la Tzedakà ai poveri in ragione di quanto è dovuto al povero, se chi dà ne ha la facoltà, come è detto (Deut. 15: Cool "Aprirai la tua mano", ed è detto (Lev. 25: 35) "Manterrai il forestiero, il residente e colui che vive con te", ed è detto inoltre (Lev. 25: 36) "Vivrà con te il tuo fratello".

2. Chiunque veda un povero che mendica e fa finta di niente e non gli dà la Tzedakà contravviene ad un precetto negativo ed è detto (Deut. 15: 7) "Non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano verso il tuo fratello povero".

3. Si è obbligati a dare al povero secondo quanto gli manca: se non ha vestiti, lo si veste; se non ha utensili per la casa gli si comprano; se non ha una moglie, lo si fa sposare; ugualmente se è una donna la si fa sposare ad un uomo. Perfino se questo povero aveva in precedenza l'abitudine di andare a cavallo con un servo che lo precedeva, e si è impoverito e ha perso i suoi beni, gli si compra un cavallo ed un servo che lo preceda, come è detto (Deut. 15: 15): "A seconda di quanto gli è venuto a mancare". E tu sei obbligato a ricostituire ciò che gli manca, ma non sei obbligato ad arricchirlo.

http://www.morasha.it/zehut/sb14_tzedaka.html#rambam

..... Tre capitoli tutti dedicati alle regole di giustizia ebraica legata, nello stesso nome, al dare ai poveri.
Dare al povero secondo quanto gli manca, e non secondo quanto a noi va.
Dare con rispetto (è vietato mandarlo via a mani vuote, anche a costo di dargli solo l'equivalente di un fico secco come è detto (Salmi 74: 21): "il misero non tornerà rosso per la vergogna".)

Molto interessante rispetto all'idea di carità e giustizia sociale comune.

 7 
 su: Agosto 31, 2010, 12:37:41 am 
Iniziato da mErA - Ultimo messaggio di Leviel
Grazie mErA di questo interessante divieto. Interessante anche per prendere l'occasione di studiarlo. Il divieto è riferito al mescolare la carne degli animali kosher al latte di qualsiasi animale, e si estende non solo al mangiarlo ma anche al cucinarlo. Infatti Ràmbam scrive che l'azione di mangiare carne e latte insieme, manifesta una insensibilità morale così grave, da vietarne anche la stessa preparazione.
Ma l'osservazione interessante che ho trovato nei commenti dell'edizione Shemòt del Khumash (libro insieme a Bereshìt che consiglerei vivamente di comperare a chi è alla ricerca della comprensione della Torah), è che secondo la Kabbalà, la mescolanza fra carne e latte porta ad una interazione negativa fra forze o identità spirituali opposte.
La carne, secondo la Kabbalà, e la manifestazione del potere divino detto ghevurà  cioè rigore.
Il latte invece ha radici spirituali nel potere divino di khèssed cioè bontà, indicato dal suo colore bianco.
Avendo effetti opposti questi due poteri non possono venire mescolati.
Mescolare infatti carne e latte nel mondo materiale è vietato perchè porta ad una corruzione delle forze spirituali in essi racchiuse.
Secondo Rabbenu Bekhayè, così non sarà nell'era messianica, quando la presenza di HaShem sarà tangibile nel mondo e sarà possibile in ambito spirituale mischiare khessèd e ghevurà perchè non sarà controproducente, e quindi anche cucinare e mangiare carne e latte insieme.

Quote
E quindi mi sembra perfettamente plausibile da un punto di vista storico (non mi addentro in quello teologico), che l'autore (o gli autori) della Torah si siano ispirati o influenzati dalla cultura e conoscenze pagane e che quindi possano essere rimasti degli strascichi di questa cultura che non possono essere spiegati altrimenti.
Secondo l'ebraismo, l'autore della Torah, in senso stretto, dei primi 5 libri, è indubbiamente HaShem, che li ha dettati a Moshè sul Sinai, insieme alla rivelazione o dettatura mnemonica della Torah orale.
In questo trovo un po' strana l'espressione che HaShem si sia lasciato influenzare o ispirare da culture pagane. La Torah non ha nessuna velleità storica, infatti narra dei fatti con molta libertà temporale, non legata a tempi o azioni consecutive.
Riportando avvenimenti storici è il messaggio della rivelazione della personalità e dell'amore e guida di HaShem per incoraggiare il Suo popolo per tutto quello che dovrà passare lungo i secoli, fino all'avvento dell'era messianica e dello stabilirsi del regno di HaShem tra gli uomini, presto ed ai nostri giorni.

 8 
 su: Agosto 30, 2010, 10:25:29 pm 
Iniziato da mErA - Ultimo messaggio di mErA
Quote
è più che possibile anche che il divieto di non mangiare il capretto nel latte di sua madre tragga le sue origini dalla fonte non-ebraica da te citata.

Forse hai letto male il mio messaggio.
La fonte "pagana" dice di cuocere il capretto nel latte, la Torah invece si pone in aperto contrasto con questo rito e ordina di NON cuocere il capretto nel "latte di sua madre".
Molte leggi bibliche possono essere comprese confrontandole con i culti degli Egiziani e dei Cananei, perchè si contrappongono direttamente ad esse.

Quote
gli studiosi sono concordi nel fatto che il Salmo 104 sia liberamente ripreso e ispirato dall'Inno al Dio Aton
Nulla di scandaloso, il Faraone Akhenaton era monoteista.
Pare che ci siano anche dei passi biblici ispirati a poesie mesopotamiche che ne modificano il senso e lo applicano al Dio unico. Anche in questi casi potrebbe trattarsi di una chiara polemica contro i riti degli altri popoli.

Shalom.

 9 
 su: Agosto 30, 2010, 09:37:45 pm 
Iniziato da mErA - Ultimo messaggio di Helel Ben Shahar
Ma infatti io dico che bisognerebbe smetterla di etichettare la parola "pagano", come qualcosa di intrinsecamente cattivo [ma non mi sto riferendo solo ad un certo atteggiamento ebraico, ma anche cristiano]. In fondo, pagano, è tutto ciò [popolo, cultura] che non è ebraico, giusto? E quindi mi sembra perfettamente plausibile da un punto di vista storico (non mi addentro in quello teologico), che l'autore (o gli autori) della Torah si siano ispirati o influenzati dalla cultura e conoscenze pagane e che quindi possano essere rimasti degli strascichi di questa cultura che non possono essere spiegati altrimenti. Allontandomi dal tema principale del topic, ma sempre in attinenza con la possibile impregnatura pagana del testo sacro, è rilevante secondo me il fatto che gli studiosi sono concordi nel fatto che il Salmo 104 sia liberamente ripreso e ispirato dall'Inno al Dio Aton, appreso durante la permamenza degli israeliti in Egitto. Similmente è più che possibile anche che il divieto di non mangiare il capretto nel latte di sua madre tragga le sue origini dalla fonte non-ebraica da te citata.

Saluti

 10 
 su: Agosto 30, 2010, 04:05:40 pm 
Iniziato da mErA - Ultimo messaggio di mErA
Nella Torah troviamo per ben tre volte una proibizione che può apparire strana ed enigmatica: "Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre" (Esodo 34:26).
Secondo la Torah Orale questo è un riferimento velato alla proibizione di mangiare carne con latticini, ma ciò non risolve il problema: da dove viene questa espressione così insolita?

Ebbene, negli antichissimi testi di Rash Shamra, in un brano dove vengono descritti i riti per rendere la terra più fertile, c'è questa prescrizione: "Cuoci il capretto nel latte" (Poema degli dèi graziosi e belli).

Forse per capire la Torah bisognerebbe studiarsi anche i culti pagani!

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